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Indifferenza e apatia. di Emiliano Alessandroni “Se avessi anch'io fatto il mio dovere di uomo, se avessi cercato di far valere la mia voce, il mio parere, la mia volontà, sarebbe successo? E perciò è necessario che spariscano gli indifferenti, gli scettici, quelli che usufruiscono del poco bene che l'attività di pochi procura, e non vogliono prendersi la responsabilità del molto male che la loro assenza dalla lotta lascia preparare e succedere”(1). Così A.Gramsci si esprimeva settant'anni fa, per manifestare il suo dissenso e il suo sdegno nei confronti dell'apatia parassitaria che a macchia d'olio si estendeva tra la normale popolazione. Da allora numerosi eventi storici hanno sconvolto il panorama politico: la seconda guerra mondiale, la sconfitta del fascismo, il '68 e la guerra del Vietnam, la strage di Piazza Fontana, l'abbattimento di Salvator Alliende e la feroce dittatura di Pinochet, il '77, il disfacimento del PCI, l'ascesa di Berlusconi, la caduta delle torri gemelle, ecc. La storia si muove, i potenti decidono, ma ciò che rimane deleteriamente invariata, è una sempre più preoccupante massa di giovani e non, che hanno fatto dell'indifferenza e del qualunquismo il fulcro accomodante della propria vita. Il contesto urbinate può rappresentare il concentrato di una ben più vasta realtà vantaggiosa a null'altri che ai detentori del potere. Resosi debitamente conto della strada che la storia stava progressivamente imboccando, Giacomo Leopardi, pressoché duecento anni fa, ha fondato un vero e proprio sistema filosofico imperniato sulle passioni, sull'ardore e sull'attivismo, esecrando ogni barlume d'infingardaggine e letargia d'animo, allo scopo di far riemergere quell'afflato rivoluzionario e quegli impeti collettivi che hanno da sempre caratterizzato le grandi imprese storiche, e che venivano man mano falcidiati da un uso troppo meccanicistico della ragione. “L'uomo, ci ripete continuamente Leopardi, non è fatto per la contemplazione, per il pensiero, per la preghiera, ecc.; esso è fatto per agire e per operare. Solo nell'agire e nell'operare può realizzare il proprio fine e quindi trovare la felicità”(2). In tal modo Leopardi si ricollega a quella filosofia dell'agire di cui grande portavoce si fece Niccolò Machiavelli, il quale ancor più in un'opera come la “Mandragola” piuttosto che nel “Principe”, esprime, seppur in maniera implicita, un sistema filosofico incentrato tutto sull'azione immediata, unica sfera nella quale vi si trova maggior possibilità di sfuggire agli eventi esogeni (imprevedibili e incontrollabili dalle facoltà umane) e, da protagonista, costruire mattone per mattone la propria vita, con tenacia e gagliardia, esercitando nella maniera più proficua le potenzialità del libero arbitrio. Facendo ora un salto diacronico di quasi cinque secoli, e ritornando ai nostri anni settanta, troviamo questa volta un cantante che si riallaccia, volente o nolente, alla medesima corrente filosofica machiavelliana-leopardiana: Giorgio Gaber. Con la ormai proverbiale frase “libertà è partecipazione”, Gaber mette infatti in luce, quel meccanismo mediante il quale solo l'azione partecipativa e la volontà attivistica di incidere profondamente sul reale, possono liberare l'uomo da quelle catene che le odierne società capitalistiche tentano di imporre, cercando il più possibile di istituzionalizzare l'individuo, di automatizzarlo, falcidiando così le potenzialità del suo libero arbitrio, e riducendolo ad un automa funzionale agli interessi del potere e a quelli del capitale. |
Oggi, nel campo della musica, gli slogan che invitano ad uscire da quella trasformazione voluta dal mercato, di riduzione dei singoli cittadini in “entità consumanti” lungo un piano tutto utilitaristico, sono ben poche, tanto che quelle spinte di partecipazione attiva le ritroviamo ormai solo in canzoni come “Raise your voice” dei Bad Religion e in pochi altri gruppi punk-rock. Ma vediamo di analizzare e studiare meglio cosa è e cosa comporta il sentimento dell'indifferenza. Sartre la presenta come una sorta di solipsismo di fatto, una vera e propria cecità nei riguardi dell'altro: “ gli altri sono quelle forme che passano nella strada, gli oggetti magici che possono agire a distanza e sui quali io posso agire con dei comportamenti determinati. Non me ne curo, quasi, agisco come se fossi solo al mondo; sfioro le persone come sfioro i muri, le evito come evito gli ostacoli, la loro libertà-oggetto è per me solo il loro <<coefficiente di avversità>>; non mi immagino neanche che possano guardarmi. Senza dubbio mi conoscono in qualche modo; ma questa conoscenza non mi tocca; si tratta di pure modificazioni del loro essere che non mi raggiungono e che sono intaccate da quello che chiamiamo <<soggettività subita>> o <<soggettività oggetto>>, cioè sono modificazioni che traducono ciò che essi sono, non quello che sono io e l'effetto della mia azione su di essi. In un certo senso sono tranquillo, ho della <<faccia tosta>>, cioè non ho nessuna coscienza del fatto che lo sguardo dell'altro può cristallizzare le mie possibilità ed il mio corpo; sono nello stato opposto a quello che si chiama timidezza . Questo stato di cecità può diventare la mia malafede fondamentale, può prolungarsi con degli intervalli di molti anni, per tutta una vita: ci sono degli uomini che muoiono senza neanche avere immaginato – tranne brevi e terrificanti illuminazioni – che cosa sia l' altro ”(3). Dunque indifferenza come cecità. Ma che cosa spinge gli individui all'indifferenza? Da dove proviene questa scelta d'incavernarsi nella propria piccola realtà chiudendo le porte ad ogni possibile infiltrazione degli affari del mondo? E quando questi affari entrano prepotentemente in questa piccola realtà, per esempio con una bomba che ammazza amici e parenti allora che si fa, si continua a far finta di niente? Io credo che questo atteggiamento d'indifferenza, questa scelta di non prendere parte nasca da un'erronea credenza secondo cui, il non sbilanciarsi, il non essere presente sia un sinonimo d'innocenza. In realtà, ci spiega Hegel, l'uomo non può uscire dal suo destino, e anche l'innocenza è di fatto una colpa: “il destino ha un ambito esteso quando, nel modo più terribile si avanza contro la sublime delle colpe: la colpa dell'innocenza. Il destino è incorruttibile e illimitato come la vita; non conosce rapporti dati, differenze di punti di vista o di condizione, recinti di virtù. Dovunque la vita è offesa, ivi si avanza il destino e si può allora dire che l'innocenza non ha mai sofferto, che ogni sofferenza è una colpa. Ma l'onore di un'anima pura è tanto maggiore quanto più coscientemente ha offeso la vita per conservare ciò che è supremo, mentre tanto più nero è il crimine quanto più coscientemente un'anima impura ha offeso la vita. Un destino sembra sorgere solo con un atto altrui; ma questo ne è solo l'occasione; ciò per cui il destino sorge è il modo come si accoglie l'azione altrui e vi si reagisce. Colui che subisce un attacco ingiusto può o no armarsi e difendere se stesso e il proprio diritto: con la sua reazione, sia essa lotta o dolore rassegnato, comincia il suo destino. Nella lotta tien fermo al suo diritto, lo difende; se si sottomette, egli non lotta per esso e il suo destino è la sua assenza di volontà”(4). L'uomo non può insomma uscire dal suo destino. Ma in che cosa consiste quindi concretamente questo destino? Esso rappresenta tutto ciò che scaturisce dall'azione e dalla reazione degli individui, ma solo dopo la reazione può tangibilmente edificarsi. La reazione, dal canto suo, ha una natura dualistica: di fronte ad un sopruso, ad una prevaricazione di diritti, si può reagire solamente in due modi: o con la lotta, o con l'accettazione. Tutto rientra all'interno di queste due sfere di reazione; il resto è solo variazione di forma. Il popolo iracheno e i popoli africani, sono entrambi consapevoli del calpestamento di diritti che sono costretti a subire; ciò che li contraddistingue è la diversa maniera |
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